La dichiarazione d’amore più bella l’ho ricevuta con una lettera scritta con la penna rossa e contenente anche qualche piccolo errore di ortografia, quando avevo circa 23 anni ed ero già fidanzata con quello che sarebbe diventato poi mio marito. Me la scrisse un ragazzo di nome Agostino, conosciuto durante una passeggiata.
Agostino era un ragazzo di corporatura minuta, alto come me, con tanti capelli rossicci e barba e baffi, tutti arruffati; molto pulito e ordinato nel corpo e negli abiti. Indossava l’eskimo, il giaccone che in quei tempi era quasi una divisa d’obbligo per ragazzi di sinistra impegnati. Era gentile e parco nelle parole. Ci conoscemmo in modo fortuito e casuale. Io, durante la mia adolescenza e la mia giovinezza, trascorrevo molte domeniche pomeriggio a passeggiare con le amiche dal mio paesino fino a un bivio, posto come nostra meta, e ritorno, circa 6 km di camminata su strada asfaltata e percorsa dalle macchine. La domenica pomeriggio era facile incontrare auto piene di ragazzi che volevano divertirsi e che cercavano ragazze, quindi si fermavano quando vedevano il nostro gruppetto tutto al femminile.
In una di queste macchine una volta, un pomeriggio di una domenica di inizio ottobre, c’era Agostino con degli amici. Furono educati e gentili con noi, quindi ci fermammo a chiacchierare e ci conoscemmo. Le domeniche successive Agostino e suoi amici tornarono, e fecero anche tratti di strada a piedi con noi.
Risultò presto evidente che il motivo di quegli incontri era l’innamoramento di Agostino per me. Si metteva vicino a me, parlavamo, ci ascoltavamo. Lui presto mi disse del sentimento che provava e io gli spiegai che ero fidanzata, che provavo per lui un sincero affetto – ed era vero- ma che più di quello non potevo offrire.
Agostino e suoi amici tornarono per molti mesi a passeggiare con noi la domenica pomeriggio, finché una domenica, a ridosso di Pasqua, intravidi un’espressione sul volto di un suo amico, un’espressione che diceva ‘lascia perdere, lo vedi che non c’è nulla da fare’. Quella stessa domenica Agostino mi aveva portato il libro di Umberto Eco dal titolo Apocalittici e integrati, nell’edizione economica Bompiani, e dentro ci mise una lettera e mi disse di leggerla dopo, a casa. Poi ci salutammo e lui se ne andò, con i suoi amici.
La lettera era scritta con la penna rossa, c’era qualche piccolo errore di ortografia e conteneva le più belle parole d’amore che mi siano state mai dedicate. Forse dovevo capire, ma allora non fui in grado di discernere la strada; ce ne vuole per capire bene quale sia la nostra vera strada e allora ero tutta colma delle mie idee, delle mie convinzioni, del mio fidanzamento, della mia scelta, come poteva esserne colma una “brava ragazza”. Ero trincerata nel mio mondo, e dovevo maturare molto ma credevo di essere nel giusto, non avevo ancora compreso quanto sia importante la chiarezza profonda alla base delle scelte e, nella mia sicurezza immatura e arrogante, non avrei nemmeno lontanamente saputo ammettere che ciò che provavo per Agostino fosse qualcosa di diverso dall’amicizia. Non “potevo/volevo” distruggere la mia immagine, quella fatta mia e datami dagli interessi altrui. Non capii, e si paga quando non si “vuole/può” capire.
Ciò che fui in grado di capire erano quelle belle parole, ma non mi avventurai a conoscere il cuore che le aveva scritte, non scardinai il mio mondo, che mi sembrava giusto com’era, non superai alcun confine dato.
Dopo quella domenica non rividi più Agostino. Volevo restituirgli il libro e cercai sull’elenco telefonico il suo nome, ma non lo trovai.
Negli anni che trascorsero da quella domenica pensai spesso a lui, con una fitta nel cuore che col tempo ho capito cosa fosse, mano a mano che crescevo, o che venivo tradita e lasciata dalle persone amate, o cercata con un intento di divertimento occasionale.
La lettera che mi scrisse Agostino la strappai un po’ di tempo dopo averla letta; non amavo conservare cose che non sentivo mi appartenessero e che non condividevo. E, anche ricordando l’espressione del viso del suo amico, pensai che Agostino non sarebbe più tornato perché convinto del fatto che non corrispondevo al suo amore, ma solo alla sua possibile amicizia. Erano bellissime parole d’amore e soltanto come tali purtroppo le classificai.
Dopo, col tempo, ebbi modo di confrontare il modo di porsi di Agostino con quello degli altri uomini che mi si sono avvicinati: tutti gli altri hanno posto la loro dichiarazione “d’amore” in termini fisici, Agostino parlava dell’interezza della persona. E capii anche, col tempo, che con Agostino non mi ero mai sentita violata.
C’è voluto tempo per molte cose.
Circa trent’anni dopo ebbi bisogno di un falegname per dei piccoli lavori da fare in casa. Un amico mi mise in contatto con delle persone che conosceva e che abitavano nello stesso paese da cui veniva Agostino.
Pochi giorni dopo, in un pomeriggio di primavera, arrivarono tre falegnami. Ebbi un tuffo al cuore al vedere uno di loro, mi sembrava Agostino, e con un filo di voce e di gioia glielo chiesi: “… tu … sei Agostino … ? …”
Gli altri due uomini si voltarono repentinamente a guardarsi e uno di loro disse all’altro: “Allora è lei …”, mentre il terzo mi rispondeva dicendo: “No, non sono Agostino.”
Seguirono spiegazioni, anche perché ero rimasta stupita e turbata da quella frase “Allora è lei.”, di cui non avevo fatto fatica a comprendere il senso.
I tre falegnami erano stati amici di Agostino, quello che gli somigliava era anche il cugino. Non erano tra quelli che avevano accompagnato Agostino quando veniva da me, ma lo avevano conosciuto molto bene.
Pochi giorni dopo l’ultima volta che ci eravamo visti, Agostino era morto in un incidente d’auto. Questo era il motivo per cui non era più tornato a trovarmi, mi dissero i suoi amici; Agostino non avrebbe smesso di venirmi a trovare, mi dissero i suoi amici; nessuno lo aveva visto così innamorato prima di allora, mi dissero i suoi amici.
Qualche giorno dopo andai al cimitero del suo paese, trovai la sua tomba, pregai, deposi un fiore, parlai un po’ ad Agostino dicendogli che solo tardi avevo cominciato a cercare di capire cosa fosse l’amore e come riconoscerlo, e che ancora non avrei saputo rispondere, ma che sicuramente lui era tra chi avrebbe saputo dirmelo e dimostrarmelo.
Poi lo salutai e me ne andai. Era un pomeriggio piovoso di primavera, pieno di odori di erbe e di fiori. Chiusi una porta che era rimasta aperta per tanti tanti anni, ma lasciai aperta l’altra che sentivo fosse quella della strada che mi aveva indicato e insegnato Agostino: quella dell’attenzione, della gentilezza, del perseverare senza imporre, della ricerca delle risposte alle domande cos’è l’amore, come si dimostra, come si vive.
Penso spesso ad Agostino con tenerezza e affetto. Lui non mi ha fatto del male, non mi ha tradito, non si è divertito usandomi, non mi ha mancato di rispetto. Lo so, la distanza, la morte, ciò che si vive solo nella propria mente tolgono ogni possibilità di delusione, rendono tutto perfetto, ci lasciano immaginare che con quella persona sarebbe stato come vivere in paradiso. Lo so tutto questo, ed io non faccio questa offesa alla memoria di Agostino, lui era lui e non ciò che io immagino sarebbe stato; lo lascio alla sua vita finché è vissuto, ai nostri momenti insieme che sono stati quelli e non altri, in quel modo e non in un altro modo; non offusco la sua memoria con le mie speranze e le mie illusioni, e nemmeno facendogli vincere il confronto con altri uomini che ho conosciuto.
Il seme che ha lasciato in me è grande e a volte ho provato a condividerlo con chi ho amato.
Nella mia libreria ci sono due copie identiche del libro di Umberto Eco dal titolo Apocalittici e integrati: una è quella che mi diede Agostino e l’altra è quella che io già possedevo. Non glielo dissi ad Agostino, e forse qualcosa avevo capito dell’amore. Spero.
Le due copie sono vicine e quello è un pezzo di mondo. Anche quello è il mondo.

Astronomo e matematico, dal 1531 la prima cattedra di matematica nel Collège Royal (l’attuale Collège de France), Oronce Fine (1494-1555) fu uno dei primi studiosi francesi a lavorare con la cartografia. La sua mappa del mondo a forma di cuore appartiene a un gruppo di 18 mappe di proiezione a forma di cuore pubblicate tra il 1511 e il 1566. Ispirato a una delle proiezioni descritte dal geografo del II secolo, Tolomeo, questo sistema di proiezione fu codificato da un matematico a Norimberga, Johannes Werner (1468-1522), in un’opera scritta nel 1514. La mappa di Fine riflette lo stato delle conoscenze e le ipotesi geografiche e le incertezze del suo tempo. Il Nord America è unito all’Asia e una vasta Terra Australis, un ipotetico continente che i geografi postulati dovevano esistere per controbilanciare il peso delle masse terrestri settentrionali, è disegnata nel sud. La mappa proviene dalla collezione del geografo Jean-Baptiste Bourguignon d’Anville (1697–1782). Fu acquistato dal re Luigi XVI nel 1779 e depositato nella Biblioteca Nazionale di Francia nel 1924.

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