Orvieto, Oratorio della Misericordia -definito “uno scrigno di bellezza”- presentazione del restauro della mostra d’altare.
Con l’occasione si parla anche della pala d’altare, restaurata qualche anno fa. E’ una Deposizione, ispirata alla Deposizione del Carracci conservata al Louvre.

Gli storici dell’arte e i critici d’arte dicono della “bellezza” dei volti, dipinti con perizia; invece i drappeggi non sono stati dipinti bene; la parte meno riuscita, detta chiaramente “la più brutta” del quadro sembrano essere le mani. Siamo tutti rivolti a guardare la pala, a guardarla attraverso le parole degli esperti. Poi vedo bene un dettaglio, proprio osservando meglio il particolare delle mani. Vedo questo.

La mano dell’angioletto sorregge la mano del Cristo, per non farla penzolare inerte nell’abbandono della morte. Una piccola mano sorregge una mano grande. E tutta la tenerezza del mondo all’improvviso è tutta ma proprio tutta lì, e non vedo più nient’altro.
Con il dito dell’altra mano, l’angioletto-puttino indica la mano del Cristo, probabilmente le stimmate, e cioè forse il motivo del suo gesto di compassione; ma, se fosse, anche questo per me passa in secondo piano, poiché a fronte della stessa causa ognuno di noi reagisce diversamente e fa gesti diversi. L’invisibile agli occhi di chi era sul Golgota, cioè l’angelo, si fa visibile a noi attraverso l’immaginario dell’artista e subito si fa suggerimento, via da percorrere o l’immediato riconoscersi rispecchiarsi svelarsi di parti che costruiscono il cuore umano: la capacità di scegliere, la tenerezza, lo stare vicino, accanto, il contatto amoroso.
E’ quindi quel tocco, quella tenerezza voluta, scelta e gratuita che mi incanta e che tutto fa scomparire.
Scompare anche questa rappresentazione geografica, che pure è di mio grande e divertito interesse -ma cosa ha combinato il pittore dalle parti del confine tra Francia e Spagna? e Corsica e Sardegna dove le hanno collocate?e il Mar Nero, è immenso! – e che ci sovrasta dal centro del soffitto a volta dell’Oratorio.


Tutto scompare.
Rimangono solo queste due mani, in ogni parte del mio mondo.

E adesso un pensiero mio, di sempre.
Bellezza? Bruttezza?
Si possono davvero definire “brutte” quelle mani? Si può davvero leggere solo il tratto il colore le pennellate, in una chiusura di critico estetismo formale? E’ così difficile inserire nella lettura anche quel gesto, quella tenerezza infinita?
In un quadro e nella realtà, è così difficile?
Ho molta difficoltà a pronunciare le parole “bello”/”brutto”, da sempre, perché sento che mi sfugge qualcosa, che non sono corrette, che non narrano una completezza che, a sua volta, anch’essa però mi sfugge.
E penso che un grande salto in avanti dell’umanità avverrà quando sarà superata e dimenticata questa coppia “bello-brutto”, dicotomica, oppositiva, offuscante e così deviante nella lettura della realtà.
Si parla così tanto di bellezza, e se ne parla sempre fondando i discorsi su questa opposizione, anche quando la dicotomia non è evidenziata o non è portata sul piano della coscienza. Ma sempre, sempre, per un “bello” c’è un “brutto” e viceversa, due parole che non hanno espresso nel tempo e nello spazio le stesse medesime immutabili realtà, lo stesso tipo di bellezza o lo stesso tipo di bruttezza – un corpo umano considerato bello negli anni ’50 non lo è oggi, tanto per fare un esempio banale- ma i due concetti si bilanciano e si sbilanciano reciprocamente, indissolubilmente legati dal meta-concetto degli opposti.
Ed è anche a partire da una riflessione sul meta-concetto degli opposti che possiamo iniziare la ricerca di significati nuovi, non ancora intravisti – ma “sentiti” e sperati – e forse espressivi di valori condivisibili, inossidabili, duraturi, inattaccabili (sempre che esistano in questa nostra Dimensione). Perché ogni coppia di opposti ha sempre un significato che possiamo definire labile, “liquido”, per dirla con un termine in voga, cioè cambia, fino ad arrivare a significare anche l’opposto, e ciò che prima era bello ora è brutto e viceversa. Certo, questo si può dire per molte parole, ma nella coppia dicotomica emerge in modo evidente. In ogni epoca, in ogni potere, in ogni religione -quindi sia in senso diacronico che sincronico- il significato dei termini che compongono le coppie di termini opposti (buono/cattivo, meglio/peggio, bello/brutto, ecc.) si rivela variegato, diverso, autoreferenziato, e dà immediatamente il senso valoriale di ciò che sta rappresentando, il senso di un’epoca, di una struttura, di un orizzonte simbolico. E soprattutto, nel suo mutare semantico, evidenzia il non mutare strutturale, cioè la struttura portante degli opposti. E’ allora qui che dobbiamo profondamente intervenire? Sì.
Un mondo nuovo avrà saputo pensare diversamente e avrà trovato altre parole perché avrà visto una realtà più complessa, più ricca, dove gli opposti esclusivi non saranno nemmeno un ricordo.
E sarà invece presente una mano che sorregge un’altra mano.
Vi aspetto, partecipo alla vostra costruzione, nuovi sguardi, nuove parole, nuovi pensieri.


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