Non lo so se la domanda “io chi sono?” mi sia nata dal non essere vista e accettata per quella che ero; da una costante e, a volte sottile a volte palese, negazione di tutto ciò che sentivo di essere. Lo sai, è anche per questo che da bimba mi piaceva il Tuo mondo “creato”, perché significava che Tu avevi amato e generato e sostenuto le differenze e quindi anche me: sentivo la Tua mano prendere la mia, piccola, ogni volta che avevo sogni su di me, progetti, predilezioni, e che venivano negati perché inusuali in quel mondo dove “ero” e dove vivevo. E per questo mi piaceva il Tuo mondo “salvato” da Te, perché significava che Tu avevi fatto qualcosa per farci esistere, e per far esistere anche me.
Ti amavo, come sapeva amare una bambina continuamente allontanata dalla sua strada, e poi come sapeva amare un’adolescente bisognosa di tutto o di niente in un mondo di mezze e inutili e ipocrite vie. Tu c’eri.
Te lo ripeto ogni giorno ‘Tu c’eri’, Te lo ripeto dal vuoto che hai lasciato, dal terribile opaco luogo in cui mi trovo a chiedermi se Tu esisti, se Tu ci sei, mentre contemporaneamente so che ci sei, Tu ci sei in un modo così diverso da come Ti sapevo e Ti raccontano, in un modo Tuo, e lì provo a cercarTi, ma senza sapere dove sia questo “lì”, a volte intuendolo in-me-e-insieme-nel-mondo, luoghi inscindibili per pensarTi, per immaginare la Tua presenza.
Vorrei ritrovare l’amore di quella bambina e di quella ragazza che ero, no, non lo stesso, ma la stessa intensità, la stessa sicurezza rocciosa e fluente che mi facevano sentire amata, la certezza che potevo vivere anche se ero io, anche se tutto intorno diceva che ero sbagliata, che dovevo fare questo e quello e non ciò che sgorgava dal mio colorato cuore. Ti amavo perché Tu in quei momenti mi accarezzavi il cuore che sbiancava e si anneriva e si stringeva impaurito, perché Tu gli riportavi i colori, perché Tu rispondevi in quei momenti a quella mia domanda ’io chi sono?’; e all’altra che sorgeva a ogni incontro “tu chi sei?”.
Tu rispondevi, ricordi? Tu Ti interessavi a me, come Tu sapevi fare, abbracciando l’intera mia vita e sapevo chi ero dov’ero in quei momenti, e dove stavo andando. Mi rifugiavo nelle preghiere che amavo, nelle letture che parlavano di Te.
Lo sai quanto cercai nel libro dell’Esodo le risposte quando poi Ti persi. Tutto in quel libro è identità, Mosè il rovo ardente il popolo schiavo che deve liberarsi, tutto in quel libro suggerisce “io chi sono?”, “tu chi sei?”, e a tutto rispondeva con lo spostarsi l’uscire il mettersi in cammino, col non credere definitivi quell’io quel dove quel quando che erano momento e che io avevo scambiato col sempre.
Ecco, io lo sono in cammino, per terre sconosciute, da tempo. Spesso ho conosciuto la schiavitù verso un potere altrui, spesso la mancanza di senso nei gesti non miei; sono salita sul Sinai e sono rimasta a valle a costruire il vitello d’oro, ho visto il mare aprirsi per farmi fare piccoli e grandi passi e poi richiudersi su di me, io in fuga io inseguitrice, ho mangiato la manna, ho aspettato di vedere la Tua nuvola alzarsi per mettermi in cammino, Ti ho interrogato sul Tuo furore e la Tua violenza pensando, a volte, che anche Tu avevi la Tua Ombra, che in qualche modo dovevi crescere, come liberamente suggerisce Jung nel suo libro su Giobbe. Sì, anche Giobbe leggevo affamata, i suoi perché sono i miei, perché la Tua mancanza è dolore è grido è scomparsa del mondo e degli affetti costruiti fino al momento in cui Tu sei scomparso, portandoTi via tutto. Giobbe, che anche lui dentro i suoi perché ha le domande “io chi sono?” e “tu chi sei?”, rivolto a Te come ad ogni tu. A Te, quando, scomparendo dal mio cuore, lo rendesTi muro da passaggio potente qual era fino a quel momento.
L’esodo, Mosè, la liberazione, Giobbe.
Torna a prendermi per mano. Torna lì dov’eri in me e nel mondo.
Tornami.
Vorrei rileggere e vivere con Te il Cantico dei Cantici, non ho trovato nessuno con cui cantare quella vita, a volte ho sperato o mi sono illusa che fosse, vorrei ancora che fosse possibile un incontro così, ma ho smesso di assaggiare quelle parole di tenerezza e di erotismo che non diventavano esperienza. Torna, con Te voglio sedermi lungo le sponde ombrose di un fiume e parlare e mangiare e bere e ascoltare il canto degli uccelli delle fronde dei pesci, lo scorrere delle verdi acque, il silenzio; con Te distendermi su una spiaggia, salire i sentieri di montagna, camminare nelle vie e nelle piazze dei paesi e delle città, con Te costruire sulla terra la vita meravigliosa che mi hai sussurrato; con Te, presente com’eri, Presenza Inimitabile.
Torna, Amato, mi trovi dovunque, senza casa, senza meta, mi trovi, è facile per Te se lo vuoi.
Tu, chi sei Tu, che Te ne sei andato così, chi sono io che mi hai lasciata così, rispondi, cosa dovevo imparare?
No, io non mi sento smarrita e dispersa, mi sento in cammino, ma non so dove sto camminando.
Ed è Tua questa mia vita che cerca, più di quanto lo fosse mentre mi aggiravo felice e sicura nei recinti del giardino terrestre.
E’ Tua per tutte le volte che ho voluto rassicurarmi che esistevano veramente le parole “cieli nuovi e terra nuova”, in Isaia, nella lettera di Pietro, nel libro dell’Apocalisse.
Tutti i cieli nuovi e la terra nuova, quelli in cui col fuoco della gioventù avevo ardentemente creduto, quelli in cui con la cenere del vuoto ancora credo, camminando dall’Eden alla Vita Quotidiana e, spero, al Paradiso: tenacemente e nel dubbio e nel silenzio della fede che tace, debolmente con i passi stanchi dati dalla Tua assenza.
Cieli nuovi e terra nuova, Tu che torni a me, il vero Tu, libero da ogni falsa narrazione -la mia quella degli altri- il vero Tu, disvelato, la vera io disvelata e insieme “Tu e Io” in un Dove che io non so ancora, che Tu sai già, che Tu abiti da sempre, dove mi porti prendendomi per mano, così io spero così Ti prego fa’ che sia.


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