Ieri dopo aver fatto colazione
ho lavato la mia tazza con devota precisione
insomma, ci si erano attaccate su
le tue parole del mattino e certe carezze che non voglio più
che girino per casa a trovarmi nei momenti giù.
Ho preso la spugnetta verde e gialla
e, come mi disse il mio analista, con cura e fantasia
ho sfregato anche il piattino
non si sa mai fosse rimasta lì
la tua lingua passata sui miei seni;
e ben bene ho lavato il cucchiaino
perché s’era incastrato lì il tuo indice che va su e giù
lungo i brividi dietro la mia schiena.
Oh, ma non ci si può distrarre, è vero!
Cosa ti vedo dentro il bollitore
striato di latte e morbidezza?
C’era un’altra tua carezza,
quella che mi passavi al viso con apparente amore
e io mi poggiavo lì sulla tua mano
e svaniva tutta la tristezza:
ci ho messo sopra direttamente il detersivo
verde al limone sgrassante e lucidante,
ho usato la spugnetta dalla parte dura
facendo onore a un anno di sedute,
anzi, distese sul divano blu
dell’analista maschio e un po’ arrogante
da cui arrivai quando partisti tu.
Per pudore poi non dico cosa c’era
nella caffettiera ma lo accenno brevemente
elegante e fiduciosa
come fui il giorno che divenni sposa.
Sì, insomma c’era quella volta che tu e io
e poi invece l’altra volta che io e te…
insomma, ho buttato dentro il lavandino
quel poco di caffé rimasto là sul fondo
ancora caldo e denso
e così nero mentre scendeva giù
portandosi via amplessi di ogni fattispecie
kamasutra tantra e via dicendo
rivisitati in pieno Centro Italia
con puntigliosa fantasia, non sia mai, e così sia.
Ero un po’stanca dopo quei lavaggi ieri mattina,
ma che soddisfazione!
Ho aperto la finestra della mia cucina
e mi sono messa lì a curiosare fuori
ad annusare odori
e ascoltare il silenzio fragoroso
e toccare l’aria con la pelle
mentre quelle cose lavate via
scendevano di tubo in tubo
sottoterra chissà dove
fino a un depuratore fino a scomparire
fino a trasformarsi in un fiume azzurro che va al mare
e poi in vapore e dopo in pioggia
e così via di vita in vita.
Oh, che saggia mattinata!
Mi sono messa un tocco di rossetto
un reggiseno con un po’ d’imbottitura
ho preso la borsa che la commessa
aveva definito “un po’ aggressiva”
e sono uscita pensando all’analista
che una cosa l’aveva detta giusta:
“Amarsi ragazza mia! Da sola, per prima cosa amarsi!”
Ma per sventare qualsiasi fraintendimento,
sono andata nel migliore bar della città
seduta a un tavolino che dava sulla piazza
con l’aria appena fresca del mattino
che mi sfiorava le caviglie prima di insinuarsi chissà dove;
ho ordinato un cappuccino un cornetto e poi un caffè
lasciando che qualcun altro lavasse le stoviglie un po’ per me.
Due tavoli più in là c’era uno che ti somigliava,
allora, per finire in gloria, veloce ho soffiato via dal naso
il tuffo al cuore e il ricordo di quando quel mattino
non facemmo l’amore per farlo più bello dopo un po’.
E così, quasi nuda e quasi senza pelle,
ho sorriso a quel tizio come so fare io se voglio
e pensavo di non saperlo fare più
solo perché tu …e tu…e tu…
E, volendolo, mi è riuscito proprio bene:
da ieri ho dimenticato le mie pene
tra le stelle luccicanti dell’amarsi un po’
non da sola, in compagnia però,
declinando di nuovo in Centro Italia
i saggi saperi dell’erotismo greco, sumero, babilonese e assiro,
e quelle due o tre cose deliziose che vengono spontanee lì per lì,
debitamente ripetute diverse volte al dì.

2 risposte a “83. figure di donna 7, pulizie di primavera”
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Proprio non lo so se l’azione del detersivo sia sempre utile e soprattutto definitiva. Forse, dopo aver elaborato un’assenza, si può tornare ad ospitare la memoria di un rapporto come una parte di noi.
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Sì, un rapporto, anche se finito, rimane parte di noi. Però come giustamente dici, bisogna elaborare la fine di quel rapporto. A volte ci vuole il detersivo, e l’arietta fresca del mattino 🙂
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